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Cibo e...
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Siamo
buongustai ancora prima di nascere! |
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Il liquido
amniotico veicola numerosi stimoli chimico-sensoriali
che il feto è in grado di percepire. Fin dal
secondo trimestre di gravidanza iniziano a funzionare
le papille gustative, mentre le strutture responsabili
dell'olfatto funzionano dalla trentesima settimana.
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La
dieta della futura mamma incide sulla composizione del
sangue materno e, di conseguenza, influisce sul liquido
amniotico, attraverso il quale il feto riceve i diversi
stimoli gustativi.
Dopo la nascita, le esplorazioni dell'universo alimentare
materno proseguono con l'allattamento. Molti alimenti
influenzano il gusto del latte e i bambini riconoscono
fin dai primi giorni di vita gli aromi tipici dell'alimentazione
materna, quelli che, probabilmente, hanno già
imparato a conoscere prima della nascita. Un esempio
è dato dal fatto che, normalmente, l'aroma di
determinati alimenti capaci di modificare il sapore
del latte (per esempio l'aglio), non disturbano i lattanti
la cui madre ha consumato quegli stessi alimenti durante
tutta la gravidanza.
Dopo l'infanzia, con la pubertà, l'apparato sensoriale
si modifica ulteriormente. Cambiano in particolare il
gusto e l'odorato: i sapori forti e decisi, come il
salato e il piccante, attraggono maggiormente, mentre
a volte diminuisce la passione per il dolce. In questa
fase della vita, il ragazzo cerca di affrancarsi dai
condizionamenti familiari, tenta di emanciparsi e rivendica
la propria indipendenza e identità. Anche il
gusto si fa espressione di questi cambiamenti ed è
in questo periodo che compaiono differenti preferenze
alimentari legate al sesso e ai modelli estetici imposti
dalla società (per esempio, le femmine tendono
a rifiutare il cibo in misura maggiore rispetto ai maschi).
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IMPORTANTISSIMO!!! L'atteggiamento
dei genitori
In genere, non è il caso di forzare le scelte
alimentari del bambino sfruttando le sue preferenze
di gusto. Per esempio, costringerlo a mangiare un cibo
che non gli va, con la promessa poi di poter consumare
un dolce, ha il doppio effetto negativo di rendere ancora
più odioso l'alimento forzato e di caricare i
dolci di un valore affettivo esagerato (se da piccoli
costituiscono il premio per un comportamento desiderato,
da adulti possono diventare il mezzo per consolarsi
dalle frustrazioni). Risultati ancora peggiori sortiscono
i piccoli ricatti del tipo: "se non mangi la verdura
non vai a giocare", oppure: "mangia il pesce
e potrai vedere la televisione". Studi specifici
(eseguiti da Birch) hanno dimostrato che, nella stragrande
maggioranza dei casi, i bambini accentuano l'antipatia
verso il cibo.
Per educare al gusto il bambino, è meglio piuttosto
ricorrere ai meccanismi della suggestione sociale, proponendo
gli alimenti sgraditi in un contesto comune, dove adulti
o altri bambini dimostrino di apprezzarli. Un esempio
pratico: se un bimbo non mangia la frutta, gli si può
riservare un posto, durante la refezione scolastica,
al tavolo con dei compagni che invece la apprezzano
(meglio se i compagni sono un po' più grandicelli).
Dopo un certo periodo è probabile che il bimbo
finisca con l'accettare la frutta e arrivi addirittura
a gradirla.
A 4-5 anni e oltre, il rifiuto del cibo è all'ordine
del giorno e capita spesso di interpretare questo rifiuto
come un capriccio. In realtà i bambini sono quasi
sempre in grado di motivare le loro scelte ed è
importante ascoltarli. La sensibilità ai sapori
si modifica e può accadere anche che un alimento,
prima gradito, improvvisamente non piaccia più.
Anche altre caratteristiche organolettiche, come l'aspetto,
assumono una grande importanza nel determinare il rapporto
col cibo. Il bambino che analizza scrupolosamente il
sugo della pasta per scartare ogni pezzetto di cipolla
non fa che esercitare, a modo suo, i propri sensi e
i propri criteri di scelta. Capita anche che arrivi
a rifiutare un alimento senza nemmeno averlo assaggiato.
Anche questo non deve preoccupare: è un periodo
delicato, in cui prendono sempre maggior consistenza
i significati simbolici e culturali del cibo.
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Gustare
il cibo non è solo una questione di piacere,
ma anche di sicurezza. Attraverso i sensi l'organismo
raccoglie informazioni sulla qualità degli alimenti.
Se queste informazioni "non convincono", scattano
immediati atteggiamenti di difesa: l'odore di determinate
sostanze nocive fa tossire o starnutire, così
come il gusto di un cibo alterato può indurre
il vomito per espellerlo.
Il gusto, un fattore di autoregolazione
Si è sempre cercato di indagare se il gusto sia
utilizzato dai bambini per autoregolarsi nell'assunzione
del cibo. A questo proposito, già negli anni
'30, suscitarono molto interesse gli esperimenti condotti
dalla pediatra americana Clara Davis, che tenne in osservazione
per un certo periodo un gruppo di 15 bambini di età
compresa tra i 6 e gli 11 mesi. I bambini, accolti in
ospedale quando erano ancora lattanti, non avevano mai
assaggiato cibi solidi; fu offerta loro la possibilità
di una dieta completamente autogestita, presentando
un'ampia varietà di alimenti che ogni bimbo potevano
scegliere liberamente. Si trattava di alimenti dal gusto
semplice, composti da un unico ingrediente e non aggiunti
di sale (veniva messo a disposizione a parte per chi
voleva servirsene). Dopo 6 mesi di osservazione, tutti
i bimbi godevano di buona salute ed erano riusciti a
scegliersi da soli una dieta complessivamente ben bilanciata.
Con la crescita, i gusti innati subiscono diversi cambiamenti,
modificandosi e modellandosi sotto l'influenza di condizionamenti
emotivi, culturali e sociali. L'imitazione è
il principale modo di apprendere del bambino: genitori,
fratelli, sorelle, compagni di scuola, sono tutti modelli
che prende ad esempio. In contemporanea, esplora il
mondo circostante, peraltro con una certa diffidenza.
È normale, infatti, che a 4-5 anni si manifesti
quella che viene chiamata neofobia, cioè una
certa tendenza a rifiutare la proposta di nuovi alimenti.
Secondo alcuni studiosi, questo fenomeno sarebbe l'espressione
di un conflitto ancestrale, comune a tutti gli onnivori:
da un lato la necessità di soddisfare i bisogni
dell'organismo ampliando la gamma di cibi, dall'altro
l'esigenza di proteggersi dal rischio di avvelenamenti
legato alla sperimentazione di nuovi alimenti.
Gli odori
Ancora più del gusto, l'olfatto ha un'importanza
fondamentale nell'approccio con il cibo. Basti pensare
alla fatica che si fa a "sentire i sapori"
quando si è raffreddati. Inoltre, a differenza
della lingua che è capace di distinguere solo
pochi caratteri chimici, il naso riconosce centinaia
di sostanze diverse e lo fa con una sensibilità
molto maggiore.
I sapori fondamentali
L'uomo è capace di distinguere quattro sapori
fondamentali: il dolce, l'acido, l'amaro e il salato.
Secondo alcune teorie, la capacità di riconoscere
questi quattro sapori sarebbe maturata nella specie
umana come esigenza di distinguere gli alimenti più
adatti alla sua alimentazione. La predilezione per i
cibi dolci, per esempio, si potrebbe collegare al fatto
che di norma forniscono molta energia, così come
il naturale rifiuto degli alimenti amari potrebbe essere
correlato al fatto che molte sostanze tossiche naturali
sono, per l'appunto, amare.
Il sapore acido si percepisce soprattutto sui lati della
lingua, il sapore amaro si sente soprattutto nella parte
posteriore, il salato si apprezza meglio lungo il margine
anteriore, mentre sulla punta si riscontra una maggiore
sensibilità ai sapori dolci
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